DOLO - CAPOLUOGO
Sull'origine del nome 'Dolo' si sono avanzate numerose ipotesi.
Qualcuno afferma che appaia in una pergamena del 1241. Altri
lo collegano al fatto che qui, verso la II° metà
del '400, Venezia inviasse persone macchiate di colpe, indesiderate.
Altri rimandano ai nomi di famiglie facoltose e influenti
come i Dauli o i Dotto. E ancora: Dolo come contrazione
del nome della centrale Isola Dandolo (attuale zona tra
via Mazzini e via Dauli), dove sorgeva un oratorio prima
e la chiesa poi.
Agli abitanti di Dolo, si ricollega il detto: 'I storti
di Dolo'. Se si vuole prendere alla lettera, la parola 'storti'
non si riferisce al fatto che i dolesi siano mal formati
nella persona, ma agli 'storti' veri e propri: i famosi
coni di pane di frumento usati per la panna montata.
I vecchi dicono che sorgeva in passato a Dolo, e precisamente
alla 'Bassa', una fabbrica di 'storti' che forniva il prodotto
non solo ai consumatori del paese, ma anche alle vicine
città di Padova e Venezia.
Una lettera del XV secolo (datata 15.06.1425) testimonia
già l'esistenza di un villaggio denominato Dolo di
cui si ha notizie già dal secolo precedente: 'Cà
del Bosco'.
L'enorme sviluppo di Dolo è dovuto originariamente
al bisogno di Venezia di ricercare nuove vie di sbocco per
la propria economia, ciò si è verificato a
causa della perdita di potere del commercio veneziano avvenuta
con la caduta dell'Impero di Bisanzio, con l'affermazione
della potenza turca e con l'apertura del commercio con l'America.
Dopo l'assoggettamento del territorio dolese a seguito della
caduta di Padova, che aveva la giurisdizione nel 1405, il
Naviglio del Brenta viene preso maggiormente in considerazione
anche come mezzo di scambi.
Le tradizioni, gli usi e i costumi locali avevano sempre
subito la particolare influenza veneziana, perché,
essendo il paese uno dei più grandi centri della
Riviera del Brenta, manifestazioni, mercati e feste si accentravano
proprio a Dolo.
Già il Goldoni, partendo col 'Burchiello' per una
gita lungo il Naviglio, accenna a Dolo come al luogo più
importante, degno di una sosta, anche in locanda.
Il paese è stato fin dai secoli scorsi un centro
prettamente agricolo, ma ingentilito dai frequenti soggiorni
dei veneziani in villeggiatura. Riferisce, infatti, il Molmenti
che i Veneziani venivano in campagna assai di frequente,
iniziando il periodo di vacanza il giorno di S. Antonio
da Padova (13 giugno) e si fermavano fino alla fine di luglio
e da settembre ai Santi. Qui essi si trattenevano in allegra
compagnia dando feste e ricevimenti raffinati. I Veneziani,
infatti, vedevano il 'Naviglio del Brenta' come un naturale
proseguimento del Canal Grande (Mazzotti in 'Ville Venete').
Ce lo dimostrano inoltre le numerose ville, alcune delle
quali opere del Palladio, nella loro ricchezza e sontuosità.
Il Brenta era considerato mezzo per il trasporto delle merci,
dei prodotti agricoli della campagna al capoluogo veneziano
che avveniva con l'ausilio delle barche trainate dai cavalli.
Il Brenta era però utilizzato anche per trasportare
la posta mediante la diligenza 'Il Burchiello' oltre che
per il trasporto delle persone. Per agevolare tali comunicazioni
fu costruito il 'Vaso' con le 'porte di sopra' e
le 'porte di sotto' (bacino ora interrato ma visibile).
Per Dolo il XVI secolo segnò l'inizio di un notevole
sviluppo economico collegato alla costruzione dei 'Molini'
(terminati nel 1551-52) e dai continui lavori di progettazione,
sistemazione e manutenzione delle opere idrauliche. La Repubblica
Serenissima effettuò il taglio del Brentone verso
Codevigo (1488-1507) che portò esiti discutibili
nei confronti dell'equilibrio idrografico del territorio,
del quale rimane oggi soltanto l'argine sinistro. Furono
i Savi del Magistrato delle Acque di Venezia, dopo le varie
deviazioni del Brenta, che individuarono proprio a Dolo
un punto in cui si poteva costruire uno sbarramento per
far funzionare con l'ausilio dell'acqua, dei molini. L'idea
nacque in seguito ad un sopralluogo per controllare il Brentone
del 1543. I molini furono visitati da molti uomini illustri:
uomini di scienza, di cultura, pittori ritrattisti (famoso
il quadro del Canaletto custodito nel museo di Oxford, a
Dolo vi è una copia fotografica concessa dal museo
stesso) ma anche alcuni dolesi come Carlo Morelli, Ettore
Tito, Boscaro detto Saffi, Luigi Tito, altri personaggi
di valenza nazionale come, Cesare Musatti padre della psicanalisi,
Guardi, Bellotto, Goldoni e molti altri, confermano che
Dolo fu centro di grande richiamo.
L'uso dei molini aumentò notevolmente il commercio
e di conseguenza la ricchezza, dando un grande impulso all'economia
della Riviera del Brenta.
Vicino ai Molini di Dolo, a dimostrazione dell'importanza
del Brenta e del commercio che su di esso si sviluppava,
si erge lo 'Squero' cinquecentesco, l'unico ancora
esistente, dove venivano riparate e trovavano riparo le
barche. A Dolo partiva 'La Seriola' (ora fiumicello
secondario) acquedotto seicentesco della Serenissima che
traeva l'acqua dal Brenta.
A seguito della caduta della Repubblica di Venezia sotto
il dominio francese (1797) il cantone dell'abitato a Dolo,
per decreto di Bonaparte, venne aggregato al Distretto di
Venezia e al Dipartimento dell'Adriatico; dal 1815 Dolo
fece parte del Regno Lombardo-Veneto, fino al 1866, anno
dell'annessione al giovane Regno d'Italia.
LE
FRAZIONI:
Le origini di Sambruson e Arino vanno collocate
in epoche antecedenti la nascita di Dolo.
SAMBRUSON
Ebbe origine in epoca romana come crocevia di strade e
punto di scambi commerciali che dalla via Annia proseguivano
poi per via Altinate che passava per le zone di Stra, Sambruson,
i Bottenighi (Marghera), Mestre, Campalto fino ad arrivare
ad Altino, lungo la quale si svilupparono vari centri abitati.
Il nome deriva da Sant'Ambrogio, o Santo Brusone, come appare
in certi documenti del Monastero di S. Ilario.
La tradizione fa risalire alla fine del IV secolo d.C. l'edificazione
di una chiesa matrice in onore di Sant'Ambrogio, dopo che
il Vescovo di Milano era passato per la zona.
Altri, prudentemente, ricordano che la prima notizia storica
documentata risale al 1192: un lascito alla 'chiesa di Santo
Bruxone', già comunque chiesa 'pievana'.
Sambruson è zona archeologica. Per merito del
'Circolo Trovemose' di Dolo, sono stati recuperati reperti
che si ritenevano irrimediabilmente perduti e che forse
troveranno un luogo espositivo proprio nella frazione dolese.
Partendo da questi, o poggiando su un rinnovato interesse
per la storia locale, molto a Sambruson si potrà
ancora scoprire e raccontare.
ARINO
Il primo documento che si riferisce al 'Vico'
Arino è del 1073. Nel 1077 è chiamato 'Pieve',
segno che già godeva di una certa importanza. Il fatto
poi, che sotto il dominio longobardo fosse oggetto di una
grande venerazione l'angelo Michele e che il Patrono di Arino,
sia appunto, San Michele, confermerebbe l'antichità
del paese.
L'origine del nome è incerta. Forse è legata
alla nobile famiglia Adrinis, antica proprietaria di quei
terreni. Altri ipotizzano un significato diverso, legato alla
natura stessa del luogo, 'senza alberi', paludoso (dal greco).
Arino è inserita marginalmente in un'area di 'centurazione
romana'. Un tempo doveva esserci una torre, costruita dai
padovani nel periodo delle lotte contro i veneziani, a guardia
dei 'serragli', ossia fossati e canali trasformati in trincee.
Via Torre e il fiumicello Serraglio rimangono di ciò
unici testimoni.
Fonte: archivio Biblioteca comunale di Dolo |