Dal 01/07/2010 al 12/07/2010
Presentazione della ristampa del volume di Alberto Coletto
"I Ragazzi dell'Isola Bassa"
(dall'introduzione alla ristampa)
Leggendo le pagine di questo libro si rivivono momenti di storia di vita quotidiana del nostro paese.
Nomi e luoghi ormai presenti solo nella memoria di chi ha potuto essere diretto testimone di quei tempi affiorano dai ricordi dell’autore.
Un passato comunque non troppo lontano in termini temporali, ma espressione di una società
estremamente diversa da quella che caratterizza in giorni nostri. Dalla foto in copertina si capisce quale fosse la semplicità e la genuinità dei divertimenti di allora: una bicicletta due in sella quasi come cavalieri di antica memoria, la gioventù percorreva le strade di Dolo piena di sogni, speranze e motivazioni.
Ricordare significa comprendere e sicuramente questo libro ci aiuta ad essere consapevoli che la Felicità la si trova nelle piccole cose, in uno sguardo di una persona cara, in una risata fatta tra amici o nell’orgoglio di appartenere ad una comunità.
IL SINDACO
Dott.ssa Mariamaddalena Gottardo
L’ASSESSORE ALLA CULTURA E GRANDI EVENTI
Arch. Antonio Pra
L’EVOLUZIONE DEI TEMPI
(lettura tenuta durante la presentazione svoltasi il 25.06.2010 presso la Teatreria dell'Ex-Macello di Dolo)
Il percorso di vita, per piassaroi e coetanei, era stato per decenni ben definito. Il militare, il lavoro stabile, la morosa, il matrimonio, i figli, la carriera professionale e la casa propria rappresentavano le tappe di un cammino logico di crescita, di maturazione e di stabilità. Ma la società stava velocemente cambiando e offriva nuove opportunità anche alle classi più umili e meno abbienti, aprendo scenari di vita impensabili. Era l’ora dell’iniziativa personale, del progresso, della rottura degli schemi, della possibilità per tutti, o quasi, di accedere a qualsiasi traguardo. Nell’ambiente paesano dei piassaroi la diversa condizione sociale era rimarcata da una divisione in ceti comunemente accettata. Ogni ceto viveva una vita propria, anche se erano frequenti le occasioni di integrazione.
Gli eventi paesani e le ricorrenze religiose rappresentavano importanti momenti di socializzazione, ai quali partecipavano quasi tutti con buona voglia. In questo contesto, i piassaroi vivevano la loro condizione di poveri con estrema dignità, guardando la ricchezza in modo disincantato. Certo, vedere un coetaneo ben vestito, con le scarpe nuove e la pancia piena destava invidia, ma non tale da farti vendere la vita per raggiungere quello stato. Al massimo si trasfigurava in uno stimolo positivo di impegno e futura determinazione.
Il contesto ambientale stava rapidamente cambiando immettendo “foresti” con sensibilità, pareri, abitudini e concezioni di vita diverse. E poi, gli stessi abitanti di un tempo stavano scoprendo nuove comodità, interessi e priorità che li proiettavano nel boom economico. Il possesso delle cose non era più un benessere solo fisico. Stava diventando la chiave di volta per dimostrare a tutti la propria capacità. E con il possesso delle cose aumentava l’autonomia individuale e venivano meno le promiscuità foriere di socialità. E si pensava di poter fare a meno degli altri e di tutti gli aspetti limitativi della comunità, nella quale occorre rispetto ed il saper riconoscere anche ragioni e priorità altrui. Ognuno si sentiva il padrone del castello. La piazza, le strade, i canali, le corti, le osterie e i bar diventavano sempre meno elementi di aggregazione, ormai ridotti a semplici luoghi di transito o svago. Direi che il calvinismo americano stava contaminando la nostra vita di valori cattolici, di cui anche i dichiarati “comunisti mangia preti” erano pervasi. Ci stavamo abituando a bruciare tutto sempre più in fretta. A prendere e lasciare, senza nemmeno aver capito bene che cosa c’era dentro a quello che avevamo lasciato. Ma in questo modo si stava alimentando l’egoismo del risultato e la perdita di socialità. E c’era sempre meno spazio per il vinto. Poco a poco, contava solo il primo, ci si dimenticava del secondo e, cosa più grave, dell’ultimo. L’uomo come tale aveva finito di essere il centro del progetto sociale.
Ma il “progresso” del nostro piccolo mondo continuava senza freni e anche nei ruoli generazionali si iniziava a far confusione. La sequenza: infanzia, adolescenza, giovinezza, maggiore età e vecchiaia stava subendo degli scossoni, privando l’anziano del suo stato riconosciuto di aumentata saggezza. I mutamenti incalzavano vanificando la stabilità dei saperi. In nome di ciò si iniziava a scambiare il sapere con la nozionistica e prendeva sempre maggior consistenza il mito di una giovinezza anormale, da perseguire anche in età adulta e matura senza il buon senso del tempo trascorso. Si iniziava a parlare di “genitore amico”, di “nonno compagno”, di una complicità sbagliata e solo dichiarata che spesso sfociava nella concorrenza generazionale e creava grave disorientamento. Madri quarantenni cinguettanti come ragazzine, padri cinquantenni palestrati e tatuati con braccialetti di perline ed orecchini, nonni sfiancati da attività ed esperienze “giovanili” inadatte alla loro veneranda età. Nessuna pausa, nessuna riflessione, nessun vincolo, nessun buon senso. E in questa rincorsa, spacciata per modernità, si perdeva la certezza dei ruoli e con essa il valore delle passate esperienze. Nell’idea comune il passato sapeva di muffa, di cartolina scolorita, ed era insensato tentare di recuperarlo, capirlo e condividerlo, almeno per la parte migliore.
Si iniziava a far confusione tra intelligenza e furbizia, tra giusta morale e consuetudine, tra diritto e desiderio, tra tutela ed esibizione, tra giustizia e convenienza. Ora, violenza e possesso diventavano mezzo e fine, e la modestia, l’educazione, il rispetto, la tenacia, la pazienza erano pane per perdenti e pecoroni! I giovani, con il nostro “valido aiuto”, perdevano il senso dell’attesa, della trasformazione legata alla crescita, del giusto compenso di impegno e fatica, dell’affermazione proporzionale al merito, dell’accettarsi con i propri pregi e limiti senza l’invidia per quelli maggiormente dotati. Si voleva tutto e subito, travolti da una insensata frenesia Ed intanto i ruoli educativi, con le loro regole anche spiacevoli, limitative e necessariamente ferme, si stavano dissolvendo, demandati a chissà chi, visto che la scuola era delegittimata, la famiglia rinunciava al suo ruolo e la società civile non sembrava un maestro proprio raccomandabile
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lettura a cura di Ornella Vanuzzo
Ufficio di riferimento - Cultura