Dal 25/01/2010 al 28/02/2010
Giorno della Memoria 2010
“Conoscere il passato per crescere nel futuro”
MEMORIA E’ TUTTO L’ANNO
Un giorno solo non basta …
La memoria è un ricordo che persiste e si approfondisce confrontandosi con le sfide del presente
L’Assessorato alla Cultura del Comune di Dolo insieme all’ANPI e all’AUSER, in occasione della celebrazione del Giorno della Memoria 2010, propone alcuni appuntamenti rivolti agli studenti e alla cittadinanza:
• 25. 01. 2010: Visita guidata alla Risiera di San Sabba (Trieste): coinvolti gli studenti di 4 classi terze della scuola media di Dolo e di Sambruson
• 26. 01. 2010: Visita guidata al campo di internamento di Fossoli- Carpi: coinvolti gli studenti di 2 classi dell’IPSSTC “C. Musatti” di Dolo
• dal 18 febbraio al 4 marzo 2010 ex-Macello (via Rizzo, 73 Dolo): Mostra “UN SONNO LUNGO 60 ANNI 1943 – 2003” - L’esposizione sarà aperta al pubblico: il sabato ore 15.00-17.00 e la domenica ore 10.00-12-00 e 15.00-17.00. Per le scolaresche apertura su prenotazione (tel. 041 411090)
• 26.02.2010 ore 9.30 Cinema Italia (via Comunetto, 12 Dolo): Incontro con Lia Finzi (di famiglia ebrea veneziana, dell'esecutivo regionale veneto A.N.P.I. e membro dell'Istituto Veneto della Resistenza e della Storia contemporanea)
Programma
• 3 giugno 2010 Cinema Italia: Gherardo Colombo incontra gli studenti
Note sulla mostra
“UN SONNO LUNGO 60 ANNI 1943 – 2003”
Questa mostra sulla deportazione ebraica è nata dall’esigenza storica di portare alla luce avvenimenti e vicende umane che si sono sviluppate in quel determinato periodo. Grazie alla casuale scoperta della deportazione nel padovano della famiglia di Sylva Sabbadini (nell’anno scolastico 1936/37 era iscritta e frequentava la classe quinta della scuola elementare “E. De Amicis” a Dolo), le ricerche d’archivio hanno evidenziato circa 640 deportazioni e un centinaio di campi di concentramento/detenzione nel Veneto, predisposti soprattutto allo smistamento in funzione delle grosse strutture naziste di Auschwitz, Mauthausen, Buchenwald, Treblinka e Terezin.
Tutte queste vicende sono andate perse o inglobate nella storia complessiva della Shoah, sommando questi numeri ai numeri paurosi di una immane tragedia.
La mostra ci rammenta la storia di una piccola porzione di umanità costretta nei meccanismi di un terribile ingranaggio, vuole ricordare tutti coloro che ingiustamente hanno perso la vita; è l’occasione per far conoscere alle nuove generazioni l’evento più buio della nostra umanità, un monito affinché non accada nuovamente.
La mostra sottolinea i percorsi principali della ricerca e inserisce una cornice storica atta ad ambientare il visitatore negli eventi di quel periodo:
1938: Leggi Razziali. Il caso della scuola Leopardi di Padova ed eventi umani legati ad essa. (Documentazioni e foto d’archivio)
1941: Apertura del campo di concentramento di Tarsia/Ferramonti in Calabria e successiva apertura di omologhi a Caprino V.se, Mel, Noventa V.na, Lonigo, Tonezza del Cimone e cinque campi di concentramento in provincia di Rovigo ecc. Il racconto del campo di Fonzaso (Documentazioni e foto d’archivio) e non per ultimo il racconto di Castelfranco Veneto
1943: Portico d’Ottavia, il treno ed il percorso verso Padova. Eventi e racconti di quei giorni. (Documentazioni e foto d’archivio)
1945: I campi di sterminio europei, soprattutto quelli che ospitarono i deportati veneti. Panoramica sull’olocausto, i responsabili ed i modus operandi.(Documentazioni e foto d’archivio)
I 640 nomi dei deportati dai campi veneti.
I convogli, le destinazioni. (Documentazioni e foto d’archivio)
Panoramica storica del periodo 1938-45, in Italia ed in Europa e la Shoah.
La testimonianza di Sylva Sabbadini:
“… Abitavo a Padova con la mia famiglia e io sono una di quelle ragazze che venne espulsa da scuola quando nel 1938 entrarono in vigore le leggi razziali contro gli ebrei. Mio padre, che era un funzionario del ministero dell'Agricoltura, perse il lavoro. Un giorno il questore di Padova arrivò a casa nostra e disse a mio padre che era venuto il momento di tagliare la corda e così scappammo in campagna ospiti di una famiglia di contadini”.
I Sabbadini tirano avanti gestendo una gelateria che intestano al marito della loro donna di servizio, perché non possono avere proprietà. Vengono traditi e venduti ai nazisti da italiani. Il federale del paese si presenta alla fattoria con le SS tedesche che arrestano tutta la famiglia. Sylva, i suoi genitori e la nonna vengono portati prima in una villa a Vo' Euganeo e subito dopo a Trieste.
“Ci hanno rinchiusi nella Risiera di San Sabba, un vero e proprio lager. Con noi c’era anche uno zio, mentre mia nonna l’avevano risparmiata perché aveva più di 60 anni. Ricordo i rumori e le grida e poi il viaggio verso Auschwitz in quei carri bestiame. Ancora oggi non riesco a fermare lo sguardo su un treno merci”.
Al suo arrivo nel campo di sterminio, Sylva passa indenne la selezione e continua a rimanere con la madre. “Quando arrivai ad Auschwitz avevo tredici anni e mezzo e mi salvai dalla camera a gas perché ero già formata, sembravo una donna adulta, quindi potevo lavorare. Una ragazza della mia età, alta e secca, che viaggiava con me, venne spedita subito a morire. Rimasi sempre con mia madre, lei parlava lo yiddish, la lingua della sua famiglia, e quindi capiva bene anche il tedesco, aspetto molto importante per sopravvivere. Un pomeriggio arrivò nella nostra baracca il dottor Mengele e mi scelse insieme ad altre due ragazze per delle sperimentazioni mediche. Ci trasferirono nell’infermeria. Eravamo sedute e aspettavamo di essere chiamate, intuendo quello che ci aspettava. Uscì l’infermiera e prese una di noi tre, una ragazza dell’est. Noi ritornammo alla baracca e non la rivedemmo più”.
Per Sylva Sabbadini il momento della liberazione, nel gennaio del 1945, ha un suono preciso e un’immagine nitida. “Sentivamo il rumore dei cannoni molto vicino. I tedeschi a quel punto in preda al panico ci chiesero se volevamo fuggire con loro in quella conosciuta poi come la marcia della morte, tutti quelli che accettarono vennero uccisi durante il tragitto. Mia madre mi guardò fissa e mi chiese che cosa dovevamo fare e io le risposi che morire per morire preferivo rimanere lì con lei in infermeria. Eravamo abbandonati a noi stessi, senza forze, quando una mattina sono comparsi dei soldati, parlavano russo e giravano nelle camerate guardandoci sbalorditi, sembravano dei marziani. Se avessero ritardato di quindici giorni saremmo morti tutti”.
Sylva e sua madre rimasero ancora per tre mesi ad Auschwitz a servire nella mensa ufficiali. “L’odore dei cadaveri che bruciavano era insopportabile, volevamo andarcene a tutti i costi. Mia madre conobbe un ufficiale rumeno che ci portò a Bucarest. Una volta lì contattammo il console italiano. Ci venne incontro un uomo elegante che ci portò in un appartamento molto bello dove c'erano altri italiani. Mia madre vide un pianoforte e lo fissò a lungo, senza parlare. Non mi meravigliai, dopo tutto lei era una concertista e come quasi tutti i componenti della sua famiglia suonava il pianoforte e il violino. Erano emigrati agli inizi del ‘900 da Odessa, quando era ancora Russia, a Trieste. A un certo punto si avvicinò a quel grande pianoforte a coda, si aggiustò il seggiolino, iniziò a premere sui tasti. Fu così che ricominciammo a vivere”.
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Foto Visita Risiera di San Sabba (1)
Foto Visita Risiera di San Sabba (2)
Ufficio di riferimento - Cultura